Ultimo aggiornamento: 3 dicembre 2017 alle 20:23

Quelle armi partite dall’Italia per i fronti in Medio Oriente

La guerra non è solo morte e distruzione, ma anche denaro e ricchezza. Lo è almeno per i Paesi non coinvolti nei conflitti, ma che quei conflitti li alimentano attraverso la vendita di armi e munizioni.

Come riporta:http://www.occhidellaguerra.it

E l’Italia in questo settore gioca un ruolo di primo piano. Il Medio Oriente è il principale destinatario dell’export italiano: nel 2016 i produttori del Bel Paese hanno fornito ai governi locali armi e munizioni per 161 milioni di euro su un totale che supera il miliardo e 200 milioni di euro.

Un trend in crescita

Anche se nel 2016 l’export italiano di armi e munizioni registra un leggero calo (-2,4%) rispetto all’anno precedente (si passa dai 1.252.573.023 euro del 2015 ai 1.222.438.632 del 2016), guardando il trend di esportazioni sul lungo periodo, ci si accorge di come il settore goda di ottima salute, con una crescita costante dalla fine degli anni Novanta a oggi.

I dati emergono dal rapporto annuale dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa (Opal) di Brescia. Inoltre, secondo quanto rivela uno studio dello Stockholm International Peace Research Institute, l’Italia è l’ottavo esportatore di armi al mondo. Prima del Bel Paese, ci sono Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Germania, Regno Unito e Spagna. Come già riportato, la vendita di fucili, mitragliatrici, ordigni, pallottole, munizioni per uso bellico e civile nel 2016 ha portato nelle casse delle imprese italiane oltre 1,2 miliardi di euro. Il rapporto Opal non prende in considerazione gli armamenti complessi come aeromobili, navi, veicoli, carri. Se avesse calcolato anche queste forniture, i ricavi dell’industria italiana nel 2016 sarebbero balzati a 14,6 miliardi, con un incremento del 85% su base annua.

La produzione in Italia

A4447. È il codice identificativo che contraddistingue i prodotti della Rwm Italia, trovato sulle bombe impiegate in due attacchi sulla capitale dello Yemen, Sana’a. Rwm Italia è un’azienda di proprietà tedesca, con sede legale a Ghedi, Brescia, e fabbrica bombe in Sardegna, a Domusnovas. Da qui le munizioni partono per raggiungere l’Arabia Saudita: l’azienda ha infatti ottenuto dal governo l’autorizzazione a esportare armi per 489 milioni, gran parte delle quali destinate a Riad. Rwm Italia occupa il terzo posto per giro d’affari tra le industrie del settore. Prima di lei Leonardo, con clienti soprattutto in Medio Oriente, e Avio. La produzione di armi e munizioni è concentrata a Brescia, La Spezia (dove opera Oto Melara, la società assorbita a inizio 2016 da Leonardo) e Roma, ma l’export parte anche da altre province italiane come Lecco, Urbino, Livorno e Napoli.

La legge in Italia

La legge 9 luglio 1990 n. 185 regolamenta in maniera esplicita il mercato bellico. “L’esportazione e il transito di materiali di armamento sono vietati verso i Paesi in stato di conflitto armato” in contrasto con le direttive Onu, “verso i Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione”, verso i Paesi “responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani”. Ma l’Italia continua a vendere a regimi e ad aumentare il fatturato.

Le armi verso il Medio Oriente

Nel 2016, le vendite in Medio Oriente sono aumentate del 63% rispetto all’anno precedente. In particolare, sono Arabia Saudita (40 milioni di euro) e Giordania (52 milioni di euro) i destinatari principali dell’export tricolore nella regione. Gli ordini da parte di Riad sono in forte crescita. Da due anni, l’Arabia Saudita sta conducendo una guerra in Yemen con bombe e armamenti prodotti in Italia. La Camera dei deputati si è da poco pronunciata affermando che, in assenza di un embargo internazionale, l’Italia può continuare a fornire materiale bellico. Il Parlamento Europeo ha approvato, lo scorso 13 settembre a Strasburgo, una risoluzione che chiede l’embargo da parte degli Stati membri per quanto riguarda la vendita delle armi all’Arabia Saudita. Francia, Germania e Gran Bretagna hanno fatto pressioni all’Unione per non approvare il blocco delle esportazioni verso Riad e il Consiglio europeo non ha ancora preso una posizione.

Il caso della Giordania

Se le esportazioni in Arabia Saudita sono note, quelle verso la Giordania rimangono un mistero. Nel 2016 sono partite dall’Italia verso il Paese mediorientale forniture per 52 milioni. Armi prodotte in larga parte nella provincia di Roma per un fatturato di 49 milioni di euro. Secondo Giorgio Beretta, analista Opal e autore del rapporto, non si tratta di pistole per uso civile, ma di armamenti militari venduti direttamente al governo di Amman. “Nella relazione che il governo ha inviato ad aprile alle Camere non c’è traccia di questa autorizzazione e anche in quelle degli anni precedenti, le autorizzazioni all’esportazione di armamenti verso la Giordania non raggiungono i 28 milioni di euro”. Dove sono quindi gli altri 24 milioni?

Il mercato negli altri Paesi

Nel 2016 si è registrato un record nelle vendite di pistole e rivoltelle per un valore complessivo di oltre 76 milioni di euro. Si tratta della cifra più alta mai registrata dal 1990 a oggi. Una fornitura da 14 milioni ha preso la via dell’Iraq, ma sono gli Stati Uniti a rappresentare il cliente più importante per questo settore. Secondo l’Atf, agenzia governativa che monitora le importazioni di alcol, tabacco e armi, in un anno su tutto il territorio americano sono arrivate quasi 193 mila pistole dalle industrie italiane. L’Italia inoltre fornisce armi e munizioni, tra le altre, a Turchia, Egitto, Canada, Russia, Francia e America Latina, dove negli ultimi mesi si stanno registrando violente rivolte.

“Il forte incremento di esportazioni verso zone di conflitto, regimi autoritari, monarchie assolute islamiche e Paesi in guerra pone gravi interrogativi a tutte le parti sociali e soprattutto al mondo politico”, ha dichiarato Piergiulio Biatta, presidente di Opal. Un’eccellenza di cui non andare fieri.

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