Ultimo aggiornamento: 10 dicembre 2017 alle 14:32

Cosa fare quando tuo figlio o un bambino PIANGE

Il bambino piange per ore e ore, il sonno dei genitori è continuamente interrotto e l’umore è altalenante: la vita con i bambini che piangono spesso può essere molto faticosa. Cosa si può fare? Fidarsi del proprio intuito.

Come riporta; http://www.giph.it

Nessun rimedio pare funzionare. Tre mesi. Era il numero magico, la luce in fondo al tunnel. A tre mesi Leonardo finalmente avrebbe cominciato a dormire meglio, e non avrebbe voluto la sua poppata ogni mezz’ora. Ma soprattutto non avrebbe più strillato. Lo dicevano tutti: i nonni, le amiche e tutti i medici a cui la mamma di Leonardo, Cristina (nome fittizio) si era rivolta.

Anche il pediatra l’aveva tranquillizzata: fisicamente il piccolo era in perfetta salute. Ma poi era arrivata la fatidica data, e il piccolo Leonardo continuava a strillare. Continuava a svegliarsi almeno ogni due ore e dormiva, tra giorno e notte, appena otto ore. Ogni pomeriggio intorno alle 17 cominciava a piangere.

E niente poteva contro il suo pianto, né il ciuccio, né un giocattolo, né cullarlo per ore. Fino a quando anche la mamma non è scoppiata in lacrime. “Ero disperata”, rammenta la 33enne, “pensavo: magari il medico non si è accorto di qualcosa e Leonardo piange perché ha qualcosa che non va. Mi sentivo impotente: il mio bambino cerca in tutti i modo di dirmi qualcosa che non riesco a capire. E se non lo capisco io, chi può farlo?

Cristina e Daniele (il papà) non sono gli unici ad avere un’esperienza di questo tipo. Secondo gli esperti circa un bambino su cinque piange in continuazione. Secondo la definizione di esperti, quali la studiosa tedesca dei neonati Mechthild Papousek, questi bambini, in un periodo da tre settimane a tre giorni, piangono per almeno tre ore.

Il pianto irrefrenabile non è l’unica cosa che preoccupa e spossa i genitori: quasi sempre a ciò si abbina anche il problema di non riuscire a prendere sonno.

Gli studiosi non sono concordi sul fatto che oggi la percentuale di questi bambini sia maggiore che in passato, la cosa sicura è che oggi questo fenomeno viene preso più sul serio. A tutto vantaggio degli interessati. “Non era facile per me cercare aiuto”, ricorda Cristina, “era come un’ammissione di colpa: hai un bambino e non riesci a gestirlo.” La tanto cara quanto vaga spiegazione “coliche dei primi tre mesi” non la convinceva, e in effetti neanche gli studi odierni sono in grado di stabilire una relazione precisa tra aumento del pianto e digestione.

Questione di sensibilità. Su una cosa gli scienziati e medici sono d’accordo: i bambini che piangono in continuazione soffrono di un “disturbo di regolazione”. Ossia: sono estremamente sensibili e quindi si agitano molto di più rispetto agli altri bambini. Allo stesso modo di un adulto che non riesce a dormire dopo aver visto un film dell’orrore, un neonato ipersensibile può essere sconvolto, ad esempio, dal fasciatoio.

Una questione di predisposizione dunque? Anche, ma non solo: “Nessun bambino che piange in continuazione è uguale all’altro”, dice la terapeuta tedesca Monika Wiborny. “Ci sono tutta una serie di fattori, che possono provocare un aumento dell’irritabilità di un bambino, in special modo esperienze traumatiche durante la gravidanza o il parto.

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