Ultimo aggiornamento: 31 marzo 2018 alle 9:49

La sfida di Salvini a Di Maio: al Colle dirò che siamo pronti

È l’ora della verità, il leghista: «Vediamo se sono solo chiacchiere». Ma il grillino insiste: «O io premier o morte»

Dalla prossima settimana, niente sarà più come prima. Neppure il tempo della politica avrà lo stesso ritmo, fino a oggi ancora troppo simile a quello della campagna elettorale.

L’apertura delle consultazioni al Quirinale renderà chiaro e tangibile il monito che Berlusconi ha voluto lanciare ieri, cioé che «le forze responsabili hanno il dovere di dare le risposte». Riposte in valigetta le affermazioni tonitruanti, davanti al capo dello Stato i leader dovranno porsi in un’altra dimensione ed esprimere con serietà i propri intendimenti.

Sempre che ne siano capaci. Sarà il momento dell’hic Rhodus hic salta: come nella favola di Esopo, ogni eventuale millantatore sarà messo alla prova. Volendo usare le parole di Matteo Salvini, «vediamo se da parte di M5s ci sono solo chiacchiere o c’è voglia di mettersi a tavolino per risolvere i problemi sul serio, a partire dall’Europa; se rimangono arroccati sull’io, io, o se c’è voglia di dialogare sul serio. Io, a Mattarella, dirò che siamo pronti». La Lega vuole partire con una «maggioranza chiara» e dal programma di centrodestra. La questione investe direttamente il Movimento di Luigi Di Maio, perdurando l’indisponibilità del Pd, ma anche la sua incompatibilità con la maggior parte delle ricette proposte dal centrodestra. Nei Palazzi che vivono come un lutto l’estromissione del Pd dal potere si spera che un intervento di Mattarella possa sbloccare la posizione attendista (e un po’ «sfascista») scelta dall’ex leader Renzi. Eppure in questo caso i renziani hanno ragione, perché un loro appoggio a un qualsiasi governo dei vincitori significherebbe la sconfessione dell’intero impianto di governo degli ultimi sei anni. Per questo, le parole di Salvini affondano la lama nella natura stessa del senso di responsabilità di M5s. Non pongono veti o fanno parte di pretattica, come accade invece quando entrambi si dicono «pronti alle elezioni». Perdere l’occasione di un governo giallo-verde segnerebbe, per le due formazioni, una sconfitta epocale e le relegherebbe per sempre tra i populismi d’opposizione mai capaci di produrre cambiamento.

È in quest’ottica che le prossime settimane (ma forse fino a giugno) serviranno a far maturare in M5s – più nel popolo grillino che nella maggior parte del gruppo dirigente – la consapevolezza del cambio di passo. «Di Maio premier o morte» dovrà lasciare il posto a una sterilizzazione del capo politico, o all’arrivo di una «terza personalità», magari indicata da M5s. Le affinità del programma, tra M5s e centrodestra, sono invece stringenti: dall’abolizione dei vitalizi alla revisione della Fornero, per finire all’Europa e a nuove modalità di finanziamento dello sviluppo. I segnali di avvicinamento ci sono già e sono concreti: tanto sul reddito di cittadinanza quanto sulla riduzione delle tasse, M5s e Lega hanno indicato gradualismi in grado di rendere i provvedimenti sopportabili per l’erario (e per l’alleato). Ma al fondo della questione, che poi ne è anche il principio, c’è però quel «salto» che Di Maio deve dimostrare di saper fare, con l’aiuto del tempo. Dismessi veti e toni da propaganda, dovrà traghettare M5S verso la legittimazione della collaborazione con Forza Italia e il suo leader. Il quale, anche se non votato direttamente dagli elettori, non può che rimanere «regista» di un’operazione che può far nascere non solo il governo, ma anche la terza Repubblica.

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