Ultimo aggiornamento: 4 aprile 2018 alle 9:20

Se i cornuti veri non ci sono più

Non ci sono più i cornuti di una volta

Michele Brambilla racconta la provincia oggi: ciò che è cambiato riguarda soprattutto il sesso

Proprio l’altro giorno mi dicevo che non ci sono più i bar di una volta, quelli dove nel retro si giocava a biliardo oppure a carte tra nuvole di fumo.

Passavo davanti a un bar di Reggio Emilia famoso negli anni Ottanta per il poker, ora tranquillissimo locale da prime colazioni. Molti altri bar a Parma e Casalmaggiore, parlo sempre della mia provincia abituale, hanno chiuso o si sono convertiti alle slot o invece, archiviate stecche e boccette, puntano sugli apericena. Ed ecco che mi arriva un piccolo libro in cui si parla della morte di un vecchio baro e della trasformazione dei vecchi bar e della provincia tutta. Non ci sono più i cornuti di una volta (La Vita Felice, pagg. 74, euro 8; in libreria da domani) è già nel titolo soprattutto nostalgia. Lo ha scritto Michele Brambilla che di provincia è un espertissimo essendo di Monza, avendo diretto la Provincia di Como e guidando ora la Gazzetta di Parma. Incarichi intervallati da prestigiose parentesi metropolitane, come sanno i lettori del Giornale e poi della Stampa sulla quale sono apparsi in prima battuta i sei reportage che compongono questo viaggio nella provincia di ieri e di oggi. Alla base c’è molta letteratura, la Luino di Piero Chiara, la Parma di Alberto Bevilacqua, e ancor più cinema, di un tempo in cui il cinema italiano non si riduceva al cinema romano, e dunque la Treviso di Signore e signori, la Bassa bergamasca dell’Albero degli zoccoli, il Vercellese di Riso amaro, la Rimini di Amarcord…

Era il tempo dei cornuti, appunto, e delle amanti, parole che i ventenni quasi non conoscono e i quarantenni hanno smesso di usare, sia per non sentirsi decrepiti sia per l’esaurirsi della materia del contendere: insieme al matrimonio indissolubile sono crollati anche i ruoli del tradimento coniugale. «Si crapula e si copula ancora a Treviso» scrive Brambilla «ma non ci sono più quei bei pettegolezzi di una volta. Un’era geologica sembra trascorsa da Signore e Signori. Adesso nessuno si preoccupa più di quel che dirà la gente. Due rampolli di grandi famiglie di industriali hanno affidato ai giudici, e quindi messo in piazza, il fallimento del loro matrimonio». Era meglio prima o è meglio adesso? È la domanda che il libro fa sorgere a ogni tappa, a ogni capitolo. L’autore si trattiene dal giudizio esplicito, io no: nel campo dei rapporti fra i sessi era meglio prima. La filosofa francese Chantal Delsol avvisa che l’ipocrisia è indispensabile antropologicamente: «L’uomo è sempre qualcosa di più di quello che può mostrare». Altri studiosi hanno notato elementi totalitari nell’odierna ingiunzione alla trasparenza, non a caso il tiranno cinese Xi promuove la «cultura della sincerità» e spia tutto quello che i sudditi dicono e fanno su internet, acquisti compresi, per valutarne l’affidabilità sociale. Viva l’intimità, dunque, viva il segreto, e viva il marito che nel film di Pietro Germi trova la moglie con l’amico di famiglia e, anziché sputtanare e sputtanarsi, saggiamente esclama: «E che resti fra noi!». Non sempre il passato merita tanti rimpianti, ci sono casi in cui la modernità va benedetta. «Per la quasi totalità della monda basta un trattore che sparge il diserbante» scrive Brambilla dopo una visita alle risaie vercellesi già set di Riso amaro. Viva anche la Monsanto, quindi, e il riso industrialmente prodotto che costa meno e sembra più dolce siccome per farlo arrivare sulla tavola nessuno si è spezzato la schiena con i piedi nel fango. Qui il rammarico può essere solo estetico e riguardare la Silvana Mangano diciottenne: i canoni della bellezza sono cambiati ma resta sempre uno schianto.

Non esistono più i cornuti e, da ancora più tempo, sono scomparsi i casini, intesi come case di tolleranza. Brambilla incontra un nostalgico: «Ricordo quando la tenutaria andava a prendere le ragazze arrivate in treno dai casotti di Milano, le caricava su un calesse e le portava in giro per Luino. Così tutto il paese sapeva che da Mammarosa c’era stato il ricambio». Nei bar che furono teatro dei romanzi di Piero Chiara «non si gioca più a carte, si tenta la fortuna con il Superenalotto, con il lotto svizzero e con il gratta e vinci». In pochi decenni si sono estinte un mucchio di abitudini e si potrebbe pensare che la provincia abbia ormai perso ogni singolarità, che sia ridotta a dormitorio anonimo, estrema periferia di metropoli tanto più interessanti. Non lo credo e, qui mi svelo, sto pensando di scrivere un libro proprio sulle tenaci peculiarità delle piccole e medie città italiane. Una di queste è segnalata dal direttore della Gazzetta di Parma nel capitolo sulla Califfa di Bevilacqua e Parma: il distinguo fra parmigiani e parmensi. Non vorrei innervosirmi e però succede quando un forestiero mi definisce parmense: essendo nato e residente a Parma sono parmigiano. Viceversa provo un leggero fastidio se chi vive a Fidenza o a Busseto o a Borgotaro viene definito parmigiano: è parmense. Sono fisime, manie? Da un certo punto di vista. Dal punto di vista mio e di Michele Brambilla simili particolarismi sono «le piccole pietre preziose di quel meraviglioso mosaico che è l’Italia».

www.ilgiornale.it

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